Kelevra, Beati voi che non capite niente.
Beati voi che non
capite niente: non si tratta di uno sfogo momentaneo verso lo
sgrammaticamento dell’umanità, bensì il titolo del nuovo album dei Kelevra, band pop-rock Fiorentina.
Pop, leggermente elettronico, sincopato e velato di anni
‘80, accompagnato da testi rigorosamente in italiano. I temi affrontati:
relatività, i vent’anni, amori, sorrisi e province.
I Kelevra nascono nel 2010 dopo il progetto, ormai
conclusosi, dei Ritmo Randagio: Matteo Ravazzi, voce; Francesco Ravazzi, chitarra; Marco
Emanuele, basso; Giacomo Rapisardi, tastiera e synth; Giovanni Sarti, batteria.
Otto tracce con una grande amalgama
di contaminazioni, di venature, in cui assoli immaginifici di chitarra (La ballata di Lobo e Bianca) s’insinuano
tra i tasti psichedelici del synt ed il
ritmo incalzante di rullante e piatti.
In Icaro un giro ritmato di chitarra accoglie la voce di Matteo
Ravezzi, che in una pseudo cantilena tra lo ska, il reggae ed il pop ci riporta
indietro agli anni ’80. Camerini, Ruggeri e CCCP
in testa.
Primavera di provincia è una
ballad rock in cui si crea un ossimoro tra l’atmosfera e la musicalità
dolcemente ballabile e sognabile, ed il testo diretto, incisivo e disincantato.
Scappare o rimanere nel letto sembrano essere le uniche soluzioni ai problemi.
Iena: cupa, ritmica, e
con un riff di basso che ti entra nello stomaco, così come il synt che ci
accompagna verso la fine del pezzo, tra elettronica, dance e cantautorato.
Piove ( sguardo disincantato di una città smarrita) : la narcosi che invade la città in cui costa troppo anche la
rivoluzione. L’unica cosa che resta da fare è stringere bene tra i denti la
follia. E’ questo il grido che conclude il disco, in una descrizione di una
città bagnata dalla pioggia. Ritmo fluttuante e ridondante, quasi ad adeguarsi
proprio alla stessa pioggia che cade imperterrità sul marciapiede. Bel sax
elegante ed avvolgente sul finale.
Un disco complesso, nel senso delle
contaminazioni. Un disco comunque “con i piedi per terra”,
concedetemi il termine, grazie alle tematiche affrontate, alla lingua
utilizzata ed al sound ruvido e realistico. Forse servirebbe qualche sorpresa in più, qualche linea melodica più originale, di quelle che ti si insinuano nella testa e ti fanno ricordare il titolo del brano. Forse un po' più di coraggio e di sfacciataggine creerebbero un maggior interesse. Sono comunque curiosa di ascoltarli live: un
salto indietro nel tempo, tra elettronica, rock e spigoli non si rifiuta mai.
Elena Panchetti

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