MELT! FESTIVAL -reportage-






Ci troviamo ad un centinaio di chilometri a sud di Berlino, vicino alla cittadina di Gräfenhainichen, a Ferropolis precisamente, che non è una cittadina a sua volta e nemmeno un piccolo villaggio ma un vecchio stabilimento per l’ estrazione del carbon fossile che è stato in uso per venti anni, chiuso dai primi anni ’80, luogo di svolgimento dell’ evento. Ma partiamo dall’ inizio, da dove i primi addetti ai lavori fermano il tuo mezzo perché da lì dicono inizia il Melt festival…
Sei arrivato e ti trovi immerso nella pianeggiante campagna tedesca tutta prati e poche altre cose. E proprio questi prati, situati ad un chilometro da Ferropolis, ospitano le migliaia di campeggiatori partecipanti all’ evento. Nei tre campeggi non esiste riparo dal sole che per fortuna non c’ è, la qual cosa credo non sia un eccezione in Germania anche a luglio, per il resto sono attrezzati bene, relativamente al fatto che sono tirati su appositamente per il festival: ci sono bagni a pagamento sempre puliti e riforniti di carta igienica, docce a pagamento sempre funzionanti, rubinetti a disposizione per le altre varie esigenze ed un esercito di banchi, banchini, baracche e tendoni che vendono tutti gli alimenti prontamente assimilabili ben conosciuti dai cultori della notte (compresi naturalmente i wusteroni deutsch con tutte le salsine accessorie).

Come primo passo si va a scambiare il proprio biglietto con il braccialetto della festa che diventa il tuo pass per entrare tutti i tre giorni (ci sono anche il braccialetto da due giorni e quello per la serata unica). Anche all’ interno della festa ci sono bagni costantemente puliti e sempre riforniti di carta igienica(ed è una cosa che stupisce chi è abituato ad andare alle serate in Italia dove i bagni diventano inutilizzabili già a mezzanotte) e che quindi sono agevoli durante tutto il corso della notte, il che aiuta il benessere fisico che è condizione necessaria al godimento spirituale dato dalla musica (“mens sana in corpore sano” dicevano).
Il festival vero e proprio è una figata assurda con cinque palchi che diffondono tutt’ intorno le cinque essenze della musica elettronica; ogni sigolo sottogenere di questa è contemplato nel programma delle tre giornate. Di seguito un riassunto dell’ interminabile trafila di artisti che si sono esibiti.

-DIGITALISM -MATTHEW HERBERT(dj set)
-APHEX TWIN e HECKER -PLANETARY ASSAULT SYSTEM
-JAMES HOLDEN -BLOC PARTY
-TIGA -WHITEST BOY ALIVE
-OASIS -GLASVEGAS
-GOSSIP -A CRITICAL MASS
-SIMIAN MOBILE DISCO -YUKSEK
-EROL ALKAN & BOYS NOIZE -PAUL KALKBRENNER
-ELLEN ALLIEN -DJ KOZE
-RADIO SLAVE -TRAVIS
-WHO MADE WHO -PHOENIX
-KASABIAN -BONAPARTE
-BURAKA SOM SISTEMA -JESSE ROSE
-MODERAT -MAGNETIC MAN feat. SKREAM &
BENGA


Immerso in quei suoni celestiali (ognuno vede il paradiso a modo suo!) quel che ti fa poi innamorare della festa è la location veramente fuori dal comune. Lo spazio adibito allo svolgimento del festival è Ferropolis e, se prima Ferropolis era un centro di estrazione di materie prime, adesso, che non è più in funzione da 27 anni, è divenuto un museo a cielo aperto sulle sponde di un grande lago. I cimeli di questo museo sono le gru, le trivelle ed i vecchi macchinari in disuso, enormi mostri arrugginiti che sembrano vegliare, come guardiani ancestrali, sugli dei terreni della musica elettronica. La coreografia dell’ evento la costituiscono appunto questi macchinari, lunghi fino a più di cento metri ed alti fino a più di cinquanta, illuminati nel corso della notte dai colori dell’ arcobaleno e da lampi di luce che d’ improvviso ne mostrano un anfratto: il che produce una visione, come un’ eco che si muove attraverso le barriere del tempo e che sembra sprigionarsi nel momento del bagliore, fulgida benedizione dell’ orgia musicale. Bellissima è anche l’ immagine che si ha arrivando dai campeggi la prima sera: ci si ritrova dalla sponda opposta del lago e dall’ altra parte si vede Ferropolis tutta illuminata e già festante, con più di venti fasci di luce che si incrociano nel cielo e che sembra il paese dei balocchi.

Il venerdì sera sono entrato verso le dieci e, dopo aver preso un po’ di pratica con l’ ambiente, sono andato al big wheel stage a sentire Radio slave esibirsi in un dj set di techouse tribale piuttosto monotono anche se distinto (sarebbe molto più interessante sentirgli suonare live i suoi innumerevoli successi), poi ho sentito uno spezzone di Skream & Benga live al redbull academy floor che però erano troppo chiaccherati sotto da Magnetic man e suonavano musica poco incisiva (parlo come uno che conosce poco il dubstep ma al quale era piaciuto molto un dj set di Skream). Fatto questo piccolo assaggio di dubstep mi ributto al big wheel stage dove è già iniziato lo scalmanato live di techno dell’ inglese Luke Slater sotto lo pseudonimo di Planetary assault system. La sua è una techno incessante, adatta agli amanti del basso ma condita con suoni che sono calibrati come spezie in una buona ricetta e che la fanno apprezzare anche a chi ama stili più onirici. Onirico appunto, ma non soltanto, è chi lo ha succeduto su quella stessa consolle: Matthew Hebert, produttore e remixatore versatile e di successo, uomo a capo di una banda musicale e ottimo dj di techno underground alla quale unisce sapientemente della deep house di alto livello e con cui riesce a farti ribollire il sangue. Lo spettacolo successivo è nel piazzale del main stage ed è quello di Aphex twin e Hecker, un live di elettronica acida e techno che a momenti sembra avvicinarsi a generi come la drum’n’base e che comunque è colorito e riesce a prenderti e farti ballare. Aphex twin chiude con la pioggia, che poi si interrompe. Decidiamo così di passare al big wheel stage per il ricercato e bizzarro, come al solito, dj set di techno minimale di dj Koze, anch’ esso bagnato dalla pioggia sul finale: una pioggia che con l’ andare del tempo diviene sempre più fitta e che alle quattro di notte costringe gli organizzatori a chiudere la serata con tre ore di anticipo ed a cancellare alcuni spettacoli, tra i quali i dj set di Trentemoller e di Deadmau5 che avevo inserito nel mio programma personale (sigh!).

Il giorno successivo, cioè il sabato, siamo già dentro il perimetro del festival all’ ora di cena, perché si, quando si è in certi luoghi si ha troppa fame di vibrazione sonora. Mi siedo così con la mia birra sulle scalinate del piazzalone del main stage e mi ascolto una parte del concerto del simpatico Whitest boy alive per poi spostarmi al big wheel stage, dove passerò gran parte della notte. Lì mi gusto prima il live di techno e deep house del trio A critical mass, che come antipasto fa il suo buon dovere: aumenta l’ appetito. Appetito saziatomi subito dal poetico dj set del maestro James Holden, il quale suona svariati generi e li assembla talmente bene da costruirci uno stile unico che, sviscerato, contiene neopop, techno, house, elettronica e drum’n’base. Suo grande punto di forza poi sono le parti melodiche che, sapientemente inserite nel set, risultano talvolta commoventi. I successivi set sono quelli di dj Hell e Paul Kalkbrenner. Meno elettro-melodico e più techno di come me lo aspettavo il primo, con un set che non mi è piaciuto molto, e bello anche se senza cambi di ritmo il set del secondo che inoltre suona sempre molte proprie produzioni, ripetendosi anche da un anno all’ altro (pur facendo dei dj set). Arriviamo così al momento dell’ atteso live dei Digitalism: al main stage naturalmente. Ci spostiamo e la musica è di quelle salutari, puramente elettronica e che ti fa muovere non poco. Appena finito il concerto torno di corsa al big wheel stage per non perdermi neanche un minuto del set della reginetta incoronata di Berlino: la signorina Ellen Allien. La corona l’ ha lasciata a casa ma riesce comunque a persuaderci di avere il sangue blu: suona un set insolitamente molto techno, ma di quella techno minimale fatta, non di giochetti sonori ma, di suoni vivi, stridenti, tanto che sembra che lo stabilimento sia bello funzionante di nuovo. Con la sua gonna grigia ed i capelli sciolti riesce a creare un atmosfera sonora unica che ben si sposa all’ atmosfera vaporosa del mattino lacustre, dove i bassi intermittenti di un disco sembrano danzare con quelli dell’ altro, dove le voci dei dischi ti sono familiari ed i ritmi continuamente sorprendenti sembrano suggerire una placida danza eterna…Ellen non finisce qui, ti seguo allo sleepless floor. Alle sette del mattino chiudono l’ area del festival. All’ esterno del perimetro rimane però lo stage degli afterhours che ha iniziato ad innaffiare di musica alle sette del mattino del sabato e non si fermerà fino all’ una di pomeriggio del lunedì. Dopo una piccola pausa di rifocillamento, mi dirigo lì dove vedo che si sono riunite le creature più strane: super eroi di fantasia, travestimenti animali come pinguini ed orsi e perfino i puffi, con tanto di grande puffo e puffetta. Arrivo prima della fine del set di Sasha Funke che mi regala una dolce visione: suona un mia vecchia passione, un disco epico di John Tejada che si chiama “the end of it all”(=la fine di tutto ciò) e che, col sole già sorto, sembra proclamare una vittoria dei festanti sull’ inesorabilità del tempo. Dopo questo momento di introversione di nuovo Ellen Allien che suona, a buon diritto, dischi da afterhours senza però neanche sfiorare le vette di eccellenza raggiunte nel set precedente. Alle dieci e venti del mattino, assonnato ma pienamente soddisfatto, valuto che sia tempo di andare a dormire.

L’ ultimo giorno, la domenica, è meno ricco di spettacoli, ma non meno interessante.
Alle sei e mezza faccio uno spuntino sui gradoni del main stage mentre ascolto i Glasvegas che ci danno il piacere di sentire l’ emozionante “Daddy’ s gone”. A seguire c’ è il concerto dei Polarkreis 18 che si muovono come robot battendo sulle percussioni: lo show non è male, non si può dire altrettanto della musica. La domenica il ritmo degli spettacoli è meno incessante è ci è consentito perciò di visitarci con più calma Ferropolis e di fare un giro sulla sponda del lago. Durante la nostra giratina, alle nove e mezza, ci ritroviamo, per una fortunata coincidenza, di fronte al tendone aperto del gemini stage. Fortunata perché, senza che lo avessimo programmato, ci giunge all’ orecchio l’ incipit del live di Yuksek che, come il canto delle sirene, ci risveglia e seduce, portandoci in pista per un’ ora di ottima musica elettronica con contaminazioni house e techno. Il bravo musicista francese, oltre ad usare tastiera e sintetizzatore, utilizza per le voci un microfono dal vivo, sembrando, con la testa in avanti per cantare e le mani rivolte verso gli strumenti, in senso caricaturale, uno di quei personaggi da cartone animato con gli strumenti musicali legati ad ogni parte del corpo e che per suonare utilizzano tutti i quattro arti. Nel frattempo si è riempito il piazzale del main stage perché alle undici iniziano gli Oasis. Seguo il loro concerto in disparte, all’ esterno della gran folla, nel mezzo alla quale sventolano bandiere di molte nazioni europee, ma la loro musica non mi piace. Attendo allora, sbadigliante, la mezzanotte per il dj set di chiusura del festival, il dj set di Tiga. La mezzanotte non tarda e che dire, è una festa nel festival, si sono riuniti tutti lì, sotto al tendone del gemini stage con bandiere, ombrelloni da spiaggia levati sulla calca ed oggetti di ogni tipo a sventolare, gridare e ballare. Tiga poi…Tiiiga. Il canadese fa suo quel clima e lo imprigiona dentro i giradischi, propinandolo sotto forma di techno elettronica ed house alla folla che si dimentica di star ballando da due giorni e deflagra ad ogni nuovo disco. Dopo due ore il festival si conclude e noi torniamo alle tende esausti e con gli occhi pieni di luce. Non possiamo dormire perché tra poche ore si riparte per casa ma tanto non ne abbiamo molta voglia.



Credo che i miei toni entusiasti dimostrino l’ alta godibilità dell’ evento che non ho bisogno di ribadire, non voglio tralasciare però l’ aspetto morale. Innanzitutto vorrei sottolineare l’organizzazione ineccepibile del festival, con bagni sempre agibili, bancomat all’ interno del perimetro del festival, contromisure per il mal tempo ed un sistema di vuoti a rendere per le bevute (diffuso in Germania) che diminuisce i rifiuti e credo anche educhi, creando degli automatismi nelle persone, a farne il meno possibile anche nella quotidianità (sembra molto semplice da applicare!). Voglio operare anche un confronto con la realtà italiana. Sarà stato un caso ma in tre giorni ho visto un numero insignificante di persone che avevano preso dell’ ecstasy o altre droghe pesanti(su 20000 partecipanti), non ho assistito ad una rissa ed ho avuto a più riprese prove della cordialità dei tedeschi. Proprio come in Italia no? Beh, non credo che all’ estero siano tutti più buoni e noi si sia il paese della gente cattiva, vorrei soltanto far riflettere sul fatto che esiste in Italia un problema a livello di sistema, delle grosse falle nell’ educazione, che possono aprirsi in quella scolastica, per non chiudersi sicuramente in quella civile e morale di cui possono avere bisogno anche gli adulti. Vorrei far riflettere sul fatto che in Italia c’ è ahimè un decadimento morale e culturale e che non è così ovunque, perché l’ essere umano è ed è sempre stato da qualsiasi parte del mondo uomo, ma è anche vero che i suoi vizi e le sue virtù possono essere plasmati dall’ ambiente in cui vive e, in questo senso, l’ italia odierna è un pessimo ambiente. Invito tutti gli italiani amanti della musica elettronica in genere ad andare al Melt festival il prossimo anno o comunque ad altri festival tedeschi come il Sonne mond sterne o il Green and blu, che io non ho ancora visto, ma che sono sicuro costituiranno, come per me il Melt, non soltanto un occasione di folle divertimento, ma un autentico insegnamento di come si può essere davvero alternativi, non seguendo la dottrina dell’ esagerazione ma quella dell’ equilibrio.

ANDREA NOCENTINI

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