De Gregori & Bob Dylan, Lucca Summer Festival

Dylan, Lucca, 1/7/2015 
di Alessandro Nutini (Bandabardò)
(Due parole, prima del legittimo collasso...)



Foto Stefano Cipriani


parte1
- quello in fila che arringava la folla contro i guardiani dei cancelli all'entrata di Via S. Girolamo al grido di "buffoni, buffoni!!!" ero io, e sono pronto a sostenere le mie ragioni davanti a qualsiasi tribunale;
- nonostante mi sia perso i primi tre pezzi ho trovato molto piacevole l'esibizione di De Gregori, da sempre il più dylaniano degli italiani, che peraltro ha concluso il proprio set con un (fin troppo perfetto per essere spontaneo) "vi lascio in buone mani". Clap clap clap;
interludio
(l'anziano si lamenta)
"Perchè la gente preferisce cantare in coro o fare coreografie piuttosto che ascoltare l'artista che si esibisce? Perchè, cesso stonato che mi stai dietro, invece di andare da uno psicoterapeuta mi infliggi il tuo goffo sbraitare? Ah, perdincibacco!"
parte2
- dopo un po' di assestamento, durato il tempo di trasformarsi in una band capace di suonare in maniera convincente anche a livelli di dinamica assai più bassi rispetto a pochi anni fa, adesso non ci sono sbavature e la barca va;
- personalmente ho preferito altre rotte, anche relativamente recenti: del furioso suono guitar-oriented orfano di sua maestà Larry Campbell ormai non rimangono che poche tracce, ma nei rari momenti in cui le valvole tornano ad abbrustolirsi (ah, gioia...) si intravedono territori notevolmente attraenti che però, verosibilmente, Dylan non vuole più percorrere. Peccato, perchè la conclusiva "Love Sick" è, a mio avviso, tra i momenti migliori del concerto da ogni punto di vista;
- bonariamente rassegnati al nuovo corso, ci rassereniamo ulteriormente realizzando che sicuramente comunque adesso NON saremo disturbati da provetti cantanti (anche per questo Io Lo Amo);
- tutto fila liscio a cominciare da His Bobbiness, convincente sia per come canta che per come suona l'armonica (e tutto sommato meno fastidioso di altre volte al piano). Gli altri, tutti e senza nessuna stonatura, sono calati in questa nuova e comunque affascinante dimensione, e riescono ad impreziosire l'attuale scarno minimalismo di Dylan con estrema classe;
- in sala si ha la sensazione che tutti siano ben adagiati in questa dimensione sempre più acustica e priva di spigoli, ma comunque non orfana di blues: i musicisti navigano sicuri, guidati dalla loro innegabile bravura e da questo antico sciamano di 74 anni che ancora, bontà sua, si diverte a non concedere niente a nessuno in merito ad atteggiamenti "da best-of" ma anzi sembra sempre ben risoluto ad accontentare prima di tutto, sempre e comunque, se stesso e la sua arte. Cadono gemme dal palco, quindi. Su tutte la citata "Love sick" ma anche l'iniziale "Things have changed", una fantastica "Scarlet town", la mia (mia?!?! Nutini, è sbronzo?!?) "Simple twist of fate" e pure "Workingman's blues". Quindi? Quindi, ancora una volta...thank you, Bob.
Buonanotte.

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