T IN THE PARK

un altra mitica testimonianza del nostro andre di ritorno da Londra, non prima aver provato l'ebrezza del più grande festival scozzese... a voi!
 (a breve video correlati all'articolo)
.blueswriters.

T in the park 2010

Il 9 luglio sono arrivato al Balado Airfield, una spianata molto ampia ed aperta (come suggerisce il nome, letteralmente “campo d’aria”) nella contea di Kinross, ad un’ora di bus da Edinburgo, Scozia. Che ci faccio?
Sono lì per tre giorni di “T(ennents) in the park”, festival musicale tra i più grandi e variegati d’Europa. Esso propone difatti quattro palchi principali più innumerevoli palchi minori, di quelli principali due all’aperto e due sotto enormi tendoni. Su di essi vengono fatti esibire le bande e gli artisti più idolatrati del momento nel mondo rock, del pop elettronico, della dance, dell’elettronica, del rap, della techno e….faccio prima a riportare parte della lineup: Muse, Kasabian, Prodigy, Faithless, Eminem, Black eyed peas, Jay-Z, Dizee Rascal, Gossip, Groove Armada, Hot chip, David Guetta, Stereophonics, Paolo Nutini, The View, Plastikman, Sven Vath, Madness, Editors, Carl Cox, Calvin Harris, Skunk Anansie, Goldfrapp, Mumford & Sons.
Vengo a sapere che nei tre giorni il festival ospiterà 110000 persone e che il campeggio ne ospita tra le 50000 e le 100000, entrando in quel breve spazio di tempo nella top ten dei luoghi più affollati di Scozia. Guardando a questi numeri e contando che un’aquazzone ha reso più difficile la vita di campeggio è difficile muovere delle critiche all’organizzazione dal punto di vista dei servizi igienici e degli spazi per le tende. Anzi devo dire che c’erano negozi che rifornivano di attrezzature da campeggio per gli sprovvisti (come me) e gli incoscienti (come me) e che sono risultati molto utili, docce gratuite dignitose e docce a pagamento, bagni chimici riforniti in continuazione di cartaigienica anche se spesso sporchi (riuscireste voi a mantenere puliti dei bagni assediati da uno stormo di 100000 persone che per tre giorni si nutrono di ketchup, mostarda e birre?) e casse automatiche per prelevare denaro. Voglio invece muovere una critica pesante per il cibo offerto: non pretendo cibo etnico o della vera e propria cucina ad un festival perso nelle campagne scozzesi, però se ordino un cazzo di hamburgher e lo pago 5 sterline non voglio che, perché le mie papille gustative sentano qualcosa, lo debba riempire di salse. E questo vale per più della metà dei banchini presenti fuori e dentro l’area del festival: qualsiasi cosa si ordinasse ti davano pane, pane con qualcosa.

L’area del festival è enorme e dentro, oltre ai concerti, ci trovi di tutto: un vero e proprio luna park, esibizioni di musica classica, bizzarri artisti come l’uomo che faceva sculture di legno con la motosega, punti in cui puoi ricaricare il cellulare collegandolo ad una bici e pedalando, un ristorante giapponese di sushi.
C’erano appunto anche dei concerti e se avete letto la lineup qua sopra, avrete già capito da soli quanto fossero interessanti. Una menzione particolare, tra quelli che ho potuto vivere, meritano il concerto dei Faithless, da ballare gran parte del tempo e piacevole pure da ascoltare, l’esplosivo ed illustre concerto dei Prodigy, gli Hot Chip, capaci di proporre ritmi stimolanti, adagiati sapientemente su cantati e dolci melodie sintetiche e quello dei Groove Armada, che personalmente ho rinominato “Groove armada 10+”, i quali fanno un misto di musica strumentale e sintetica che ti fa ballare con intimo compiacimento e che hanno una cantante che è diva, nell’aspetto e nel muoversi, oltre che nel cantare.
Dal punto di vista della musica techno, la mia passione, il festival convince a metà. Sono stati ospitati famosissimi dj (forse anche troppo celebri e oramai un po’ commerciali; si dovrebbe cercare una via di mezzo tra ricerca artistica e divertimento ad un festival) tra cui comparivano Sven Vath, Carl Cox e Richie Hawtin. Le esibizioni techno, tolta quella dei Prodigy che è stata portata sul NME Stage, che è all’aperto, si sono svolte dentro la Slam Tent, tenda appunto al chiuso con molte luci e schermoni enormi dietro la consolle che maggior parte del tempo mostravano inquadrature prese dal pubblico. Richie Hawtin ha presentato un “live” monotono di un’ora, coronato alla fine con un inchino che per me ha sancito il tramonto di un personaggio che è stato uno dei guru della techno tra il 2005 ed il 2008. Sven Vath ha suonato un set molto festaiolo, con dischi interessanti ed a tratti molto belli, ma suonati senza organicità, senza un senso cronologico. Colorato invece ed a tratti molto edificante il set dei Crookers che hanno suonato musica techno, house, minimale ed elettronica: più generi che infine sono risultati in una performance degna di un festival.



Il T in the park è il festival dei grandi nomi e dei grandi pubblici. E credo che sia un festival stupefacente se si vanno a sentire i gruppi celebri che si esibiscono sui palchi all’aperto. Se però siete amanti della musica house e techno ed avete un anima underground (che in queste occasioni vorrebbe vivere un ambiente underground oltre che ascoltare musica underground) e vorreste andare al T per le sole esibizioni della Slam Tent credo che, nonostante la lineup abbagliante, dovreste puntare ad altri festival più prettamente elettronici. Infatti vi accorgerete di trovarvi in un atmosfera ed una musica che sono underground a metà e che sconfinano (e per certi aspetti non poco) nel commerciale: vi ritroverete a ballare in una tenda, con schermi che mostrano il pubblico danzante che, appena accortosi di essere ripreso, si esibirà come potrà, tra gente che ha più voglia di scatenarsi e sballarsi che di godersi una musica suonata per arte ed esibizioni di dj che, in parte, sembra suonino più per svagare che per stupire.



Andrea Nocentini

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